“Dedicato a…” di Rai Sport regala, non credo solo a me, piacevoli ricordi e anche piccole emozioni.

Oggi la replica di una puntata di qualche anno fa ha celebrato la vittoria in campionato del Verona di Osvaldo Bagnoli. E, curiosamente, ha finito col coincidere proprio col 35ennale di quella storica, rarissima umanissima impresa: assimilabile a quella precedente del Cagliari e a quella di poco successiva della Sampdoria, ma con una differenza non da poco: quello del Verona è stato l’unico scudetto della storia (parliamo di oltre novant’anni di girone unico) ad essere conquistato da una città non capoluogo di regione. Dunque da una vera, autentica, straordinaria “provinciale”.
Qualcuno ricorda con malizia che in quella stagione ci fu per la prima e unica volta il sorteggio arbitrale totale. Ma credo sia più giusto ricordare che il Verona mise in fila, oltre al bellissimo Torino di Junior e di Schachner, la Juventus di Platini, il Napoli di Maradona , l’Inter di Rummenigge, l’Udinese di Zico, la Roma di Falcao e Cerezo e la Fiorentina di Socrates.

Fu un miracolo? Nel calcio i “miracoli” non esistono. Certamente fu una forse irripetibile reazione chimica, fatta di fantasia, di competenza, di serenità societaria, di passione, di forza aggregante e – non dimentichiamolo mai – di bel gioco! Il contributo di giovani campioni (Galderisi, Tricella, Di Gennaro), si fuse con quello complementare di due stranieri perfetti (Erkjaer e Briegel) e di un nucleo di straordinari operai specializzati di varia natura e caratura (da Garella a Fanna, da Volpati a Sacchetti, da Bruni a Fontolan, da Maragon a Ferroni, ecc) che Ciccio Mascetti aveva assemblato con pochi soldi e tanta perizia. Il resto lo fece Osvaldo Bagnoli, antimago per eccellenza – lui sì ex operaio, figlio di operai della Bovisa – che trasformò una buona orchestra nella filarmonica della Scala.

Andava al campo in autobus o bicicletta, Osvaldo. Quando poi allenò il Genoa (con esiti che fatto ancora commuovere i tifosi rossoblù) prendeva il treno dei pendolari e scendeva a Pegli. Un genio del calcio? Sì. Anche se querelerebbe chiunque glielo dicesse. A 58 anni, quando venne licenziato demenzialmente dall’Inter, decise che non avrebbe allenato più. Per tre anni tutti lo cercarono e tutti lo tentarono. Ma lui aveva deciso così. Perché? “Perché ho scoperto che a casa si sta bene”. Gli volevo bene prima. Figuriamoci dopo. Se di mille trasmissioni fatte ne debbo scegliere una, scelgo quella col Verona in studio quando presentavo la “Domenica Sportiva”. C’era il profumo di aria buona.

Ah, nella puntata di “Dedicato a…" era presente anche Gianni Mura. Così, tanto per far venire un po’ di magone in più.

Fonte: pagina Facebook Marino Bartoletti.