“Ho sempre rischiato nella mia vita, ma con i piedi per terra. Sono figlio di operai che si sono sacrificati per il loro unico erede: mio padre aveva capacità di applicazione, mia madre era determinata, questa è la loro eredità umana. Fino a 23 anni ho dormito sul divano-letto di casa, ho finito la ragioneria e assaggiato l’università. L’obiettivo che vedevo da grande era andare a cena fuori tutte le volte che avrei voluto. Non pensavo certo a un club di calcio. Come inizia la mia avventura? Andai da uno zio che produceva per aziende di moda, un façonnista in gergo. Da lì entrai in un’altra azienda, due giovani soci, riuscivano a stimolarmi a dare sempre di più. Mi sentivo in famiglia: magazziniere, autista, una volta andai col titolare in Germania per una spedizione. Quattro giorni a guidare, scaricare e riposare, ma io e lui, gomito a gomito. Dentro di me facevo una specie di gara, volevo vedere come reagivo sotto la pressione del lavoro, era un modo per dire a chi mi stava attorno “potete fidarvi di me”. Se amo la fotografia? Oh sì! A 15 anni aiutavo un fotografo ma ero trattato davvero male. Partecipai allo shooting del restauro del teatro di Carpi e capì che volevo operatività, prendermi più responsabilità. Lui non me ne dava, lo mollai. Cosa mi hanno dato quegli anni? Non mi lascio sopraffare, vedo sempre una via d’uscita. E credo di avere sviluppato una forte tendenza a riconoscere le persone sane. Ho imparato a delegare, perché è segno di sicurezza, di fiducia negli altri. Una parte di tifosi del Verona mi contesta l’eccesso di delega? Ma io speravo di essere un presidente anonimo, quando ho preso il Verona ho seguito la mia passione, non i proclami o la pubblicità. Io scelgo gli uomini perché funzioni il progetto, non per farmi bello con la gente. I presidenti passano, l’Hellas resta. Quando un giorno non ci sarò più, il Verona avrà un patrimonio più solido, uno stadio e un centro sportivo. Grazie a chi lavora per il club. Io penso che la passione consista nel tifare al di là di vincere e al di là di chi gestisce. Un club di calcio è una holding di tanti cervelli: è bello far funzionare una holding così – ha dichiarato il presidente dell’Hellas Verona, Maurizio Setti, a La Gazzetta dello Sport – Vespa ed il volo le mie passioni? Non la Vespa in sé ma la sua anima. L’anima degli oggetti che hanno il potere di segnare un’epoca. Il volo invece è libertà, ho preso il brevetto e comprato un monomotore. Poi l’ho venduto perché avevo smesso di usarlo e mi dispiaceva vederlo immobile. Un aereo non è fatto per stare immobile. Spazio e tempo condizionano la vita. Sono cresciuto guardando avanti e continuo: dal Verona ai miei marchi di moda, rifarei tutto. Il Mantova? Non è in conflitto con il Verona. La mia idea è un club dove crescere talenti funzionali all’Hellas Verona. Piuttosto che prestarli in giro senza certezze, i potenziali talenti curiamoli noi. La scuola degli errori? Ci vado ancora e ci andrò fino all’ultimo giorno di vita. Gli errori ti fanno ripetere le scelte in modo diverso. Se mi commuovo ogni tanto? Non per il calcio, se è lì che vuole arrivare. Il giorno in cui raggiungemmo la prima A,2013, non provai commozione, lo sa? Stavo già pensando a come consolidare quel traguardo. Mi commuovo, ma più se ripenso a uno spaghetto dentro il furgone col mio primo titolare. Meglio i ciarlieri o i taciturni? Meglio i valori silenziosi. Grosso parla poco? Molto poco. Grosso ha una testa superiore, ed è terminato, ora so perché è diventato campione del mondo. Ho conosciuto prima Luca (Toni), poi Fabio. Caratteri diversi ma stessa determinazione: ripeto, ora so perché hanno vinto un mondiale. Grosso crede in quello che fa e non ha paura di pagare gli errori. Ma è anche pronto a cambiare per i suoi progetti. È giovane e si vede da come crede nei giovani. Mandorlini era titubante a lanciare Iturbe, per dire. Una volta ci incrociammo prima di una gara: ”Non so se farlo giocare”. E io: “Ma vai, è giovane, ti farà stare sereno". Se ho scelto io Iturbe? No no! Ho scelto solo un giocatore. Rafa Marquez. Me ne innamorai in tv. Leader silenzioso, sarà sempre il mio idolo. Ma come dicevo, spazio e tempo: forse è arrivato nel momento sbagliato in un calcio non adatto alla sua mentalità. Che padre hanno i miei figli? Elena mi somiglia molto, sempre alla ricerca del miglioramento. Federico mi vede come un modello, forse troppo. Penso di essere un papà affettuoso ma esigente. Se mi sento mai smarrito? Oh, sì! Non parlo con nessuno per giorni. Vedo nuvole nere, poi piano piano scorgo il sereno e riparto. Sono ottimista, un po’ emiliano e un po’ romagnolo. Se, con un mare così, Rimini è ancora e sempre Rimini…”.