“Non sarò allo stadio ma seguirò la partita alla tv. So già che sarà una grande emozione. Cos’è l’Inter per Mandorlini? Il grande sogno che si realizza. Vi rendete conto che cosa vuol dire andare a giocare per la squadra che tu hai sempre amato? Non ci credevo finché non ho indossato quella maglia nerazzurra per la prima volta e per quella maglia ho sempre dato tutto. Penso di essere entrato nel cuore dei tifosi soprattutto per questo. L’Hellas Verona? Due storie diverse, due vite diverse. Verona è l’amore della maturità, non avrei mai voluto andare via, mi sono sentito sempre a casa, fin dal primo giorno. Il ricordo più bello? Sono tanti, penso ai playoff di Lega Pro. Siamo diventati ancora più forti nelle avversità. Non volevo certo fare il capo popolo prima di Salerno ma dovevo fare quella dichiarazione, volevo alzare la tensione su quella partita, perché meritavamo di andare in serie B in modo corretto. Non volevo accusare e attaccare nessuno, solo difendere i miei ragazzi, la società, il presidente Martinelli, la città. Ho pagato a caro prezzo per quelle frasi, probabilmente sto pagando ancora adesso ma non ho mai pensato di aver fatto un errore – ha dichiarato l’ex allenatore dell’Hellas Verona, Andrea Mandorlini, a L’Arena – La retrocessione del 2016? A dire il vero non sono retrocesso, mi hanno esonerato alla fine del girone d’andata. Ho sofferto molto per l’esonero, ho sofferto molto per l’Hellas in B. Sono ancora convinto che c’era ancora il tempo per arrivare alla salvezza. Basta vedere cosa sta succedendo quest’anno, mister Pecchia viene tutelato anche dopo risultati negativi e questo concede al tecnico e alla squadra di lottare ancora per la salvezza. Potevamo farlo anche noi, nel girone d’andata abbiamo pagato tanti infortuni, qualche gara sfortunata, qualche partita buttata via per una questione di testa ma con il recupero di Viviani, di Ionita, di Toni al 100%… Io ci speravo. Invece dopo dopo Frosinone mi hanno messo la porta. Ma non ho mai sentito la fiducia della società, mi avevano messo in discussione già dopo sei o sette giornate. Avevo portato Il Verona dalla C alla A, la mia resta ancora la squadra che ha fatto tanti record, per tre anni abbiamo avuto il capocannoniere del campionato, nonostante questo ho sempre dovuto elemosinare il rinnovo del contratto. Anche quell’estate, prima della firma, la società aveva contattato un altro allenatore. L’ho saputo dopo. Forse ho sbagliato ma si può sbagliare per troppo amore. Volevo rimanere a Verona tutti costi, restare in serie A con l’Hellas. Tutto il resto non mi interessava. C’erano tutti i presupposti per mettere le basi per una storia importante. Dopo anni difficili, grazie al lavoro in primo luogo della società, l’Hellas aveva ritrovato dignità nel calcio. Eravamo in A, stavano crescendo giovani interessanti, giocatori di buon livello e grandi campioni, vedi Toni o Rafa Marquez, erano pronti a mettersi in gioco. Leggo in questi giorni che ci sono offerte del Manchester o di altre squadre inglesi per Jorginho. Nel gennaio del 2014, quando andò al Napoli aveva cercato di convincere il presidente Setti, avevo detto che se restava con noi alla fine dell’anno avrebbe guadagnato il doppio e noi potevamo lottare per la Uefa fino all’ultima giornata. Diciamo che è stato sacrificato sull’altare del bilancio. Se tornerei a Verona? Mai dire mai. La proprietà è una cosa, la squadra un’altra. Ho comprato casa a Verona, lì sono sempre stato bene, mi sento amato. Se chiamasse l’Hellas… tornerei anche a piedi”.