Come la Longobarda di Oronzo Canà. A guardare il Verona di Setti e Pecchia viene in mente l’armata Brancaleone guidata, si fa per dire, dal presidente Borlotti e dal “Vate della Daunia” Lino Banfi ne “L’allenatore nel pallone”, film cult degli anni ’80. Setti, a gennaio, ha venduto tutti i giocatori migliori: via il capitano Pazzini, e poi Caceres, Bessa, e Bruno Zuculini. Dentro, tra acquisti e prestiti, i più o meno sconosciuti Aarons, Matos, Boldor, Petković e Vuković. Borlotti, imprenditore come l’omologo dell’Hellas, durante il calcio mercato cedette «attraverso una serie di spostamenti di giocatori in regime di svincolo» – usò queste parole – i due fiori all’occhiello Mengoni e Falchetti alla Juve «in cambio dei tre quarti di Gentile e dei sette ottavi di Collovati, più la metà di Mike Bongiorno». Il presidente, di fronte allo sbigottimento di Canà cercò di spiegare che nell’affare era entrato anche Berlusconi che da quella trattativa ottenne i Mondiali in esclusiva. Che toh, quest’anno trasmetterà proprio Mediaset. La Longobarda, secondo Borlotti, grazie a quel giro di scambi avrebbe ottenuto Maradona dopo tre anni. «Caro Canà, in certe circostanze bisogna saper rischiare, guardare al futuro!» esclamò. «Eh, ma io devo guardare al presente, presidente. Il campionato con chi lo faccio?» replicò il tecnico. «Mo ci metto ad ala fluidificante Daniele Piombi e ad ala tornante Pippo Baudo?». Ai primi di novembre la Longobarda comprò Crisantemi, talmente forte che in panchina, alla domanda «Mister mi preparo?», il Vate della Daunia rispose «No, no, che è già un funerale la partita». Il Verona, oggi tristemente penultimo, a metà campionato come la Longobarda ha perso 5 a 0 contro la Fiorentina, sprofondando in classifica. Il Verona, come la Longobarda del brasiliano Aristoteles, ha nel connazionale Romulo uno dei pochissimi punti di forza rimasti, ma anche lui a giudicare dalle prestazioni sembra soffrire della stessa saudade, la nostalgia di casa, dell’attaccante di Canà. Chissà dunque se anche Pecchia, per risollevarne il morale, in ritiro gli canterà come l’allenatore pugliese le ninna nanne carioca picchiettando col cucchiaino sul bicchiere di vetro per tenere il ritmo: «Brasil, la nostalgia du Brasil, Brasil sta lì, l’Italia aquì. Arì, Arì, Aristoteles adesso adesso dorme aquì. Arì, Arì… Sognar, sognar, e speriamo che domenica vuoi segnar… Magar, magar…» – si legge su Libero a firma di Alessandro Gonzato – Precisiamo un cosa: noi non crediamo affatto che Setti abbia venduto i migliori e ingaggiato Pecchia per retrocedere («Canà, si è mai chiesto perché ho scelto lei per allenare la Longobarda? Per le sue doti? Apra le orecchie: l’ho ingaggiata perché avevo bisogno di qualcuno che mi rimandasse subito la squadra in B. Ma lo sa quanto mi costa una squadra in serie A?»). Però qualche maligno, esagerando, dopo il 3 a 0 incassato contro il Benevento, i 15 tiri in porta a 0 e le dimissioni del ds Fusco, a Verona ha cominciato a pensarlo. Gli schemi mostrati fino ad ora dalla squadra di Pecchia fanno impallidire la bizona basata sul 5-5-5 di Canà. La cui strategia era questa: «Mentre i cinque della difesa vanno avanti, i cinque attaccanti retrocedono e così viceversa. Allora la gente pensa “Ma quelli che c’hanno cinque giocatori in più?”. Invece no, perché mentre i cinque vanno avanti, gli altri cinque vanno indietro, e durante questa confusione generale le squadre avversario si diranno: “Ah, che cosa sta succedendo?”. E non ci capiscono niente». «Nemmeno noi» fu la risposta di Speroni, il capitano che più che sul campionato si concentrava, ricambiato, sulla moglie di Borlotti. Alla fine però, e questo è l’auspicio dei tifosi del Verona, incredibilmente la Longobarda si salvò e Canà, fino a quel momento contestatissimo come Pecchia, venne portato in trionfo e lanciato in aria in mezzo al campo. «Mi avete preso per un coglione!» urlò durante i festeggiamenti. «No, sei un eroe!» fu la risposta all’unisono. E di nuovo il Vate: «Ahi! Mi avete preso per un coglione!». «Ma no, sei un eroe!». «Oh! Mi avete preso per un coglione, sotto, la mano, mi fa male!».