L’intervista realizzata da Radio Hellas alla moglie di Giorgio Leoni, Antonella

Signora Leoni, lei è una persona molto riservata. Durante tutta questa vicenda ha preferito tacere, rimanere nell’ombra per assistere suo marito e per tutelare le sue figlie. Cosa vuole dire oggi, che la situazione è molto diversa da quel maledetto 10 novembre?

-Solo grazie. Ringrazio le equipe di medici e infermieri degli ospedali Gallièra di Genova, Borgo Trento di Verona e Don Calabria di Negràr. Ho potuto vedere con i miei occhi che fanno del loro lavoro una vera e propria missione, mettono le proprie competenze a servizio degli altri. Loro hanno letteralmente salvato la vita a mio marito Giorgio, e ancora oggi non so come abbiano fatto. E poi un grazie indistinto a tutti, non voglio far torto a qualcuno dimenticando nomi importanti. E dunque grazie a chi ci è stato vicino dandoci aiuto, a chi ci ha dedicato anche una sola preghiera, un solo pensiero o anche una sola parola di conforto. Per me sono stati fondamentali, non mi sono mai sentita sola-.

Come sta oggi Giorgio Leoni?

-Giorgio ha fatto grossi progressi. Ma ci tengo a specificare che la situazione non è ancora completamente risolta. Fisicamente sta bene, da quel punto di vista ormai è recuperato, deve solo fare fisioterapia. Bisogna dare tempo al tempo come ci dicono sempre i medici, non si può prevedere se e come evolverà la situazione neurologica. Il cervello è un organo strano, particolare, ha avuto un duro colpo-.

Parliamo proprio della caduta. La dinamica dell’incidente, le responsabilità… lei ha seguito anche queste cose durante questi mesi tragici?

-Guardi tutte queste situazioni le hanno seguite già dalle prime ore dopo il fatto gli avvocati Trimeloni e Montagna. Io sinceramente non ho avuto tempo e voglia anche per queste cose, e ancora adesso vengono dopo molte altre priorità… prima dobbiamo finire un percorso con Giorgio-.

Cosa sente di poter dire a chi ha responsabilità rispetto a quanto accaduto?

-Ma pensi che avrei voluto fare un appello pubblico, avrei voluto scrivere una lettera aperta per sensibilizzare, per lanciare un messaggio. Poi però la mia riservatezza ha avuto la meglio. Ne approfitto con questa intervista. Dico a chi di dovere di migliorare i servizi, di migliorare il trattamento dei tifosi. Questo il mio appello, tutto qui. Quello che è accaduto non poteva soltanto essere evitato, doveva essere evitato. Mia figlia, quella che ha 9 anni, una mattina è venuta da me a dirmi: -Sai mamma, speriamo che aggiustino quell’autobus e che non accada più quello che è accaduto a papà’. Deve essere una bambina di 9 anni a capire che i bus in quelle condizioni sono pericolosi?-.

Parliamo delle sue splendide bambine. Hanno di nuovo il loro papà…

-Si, ma non pensi che è da molto che sono tornate ad un’apparente normalità. Hanno potuto riabbracciarlo solo il 26 dicembre. All’inizio è stata dura e loro hanno patito tutta la situazione. Sono stata sempre accanto a Giorgio, e soprattutto quando eravamo a Genova con loro è stato difficilissimo, pensavo a Giorgio ma pensavo a loro che erano lontane. E mi uccideva il pensiero di sapere che al loro papà poteva succedere qualsiasi cosa. Non voglio farle l’elenco di tutti i pensieri che avevo… tutti i medici mi dicevano sempre -è grave, è grave-, lo ripetevano sempre due volte, come per sottolineare la situazione, per non farmi fare illusioni, per farmi capire bene che da un momento all’altro potevo perderlo-.

Quando ha capito che Giorgio avrebbe potuto farcela?

-Quando lo hanno trasferito in Borgo Trento. Lì ho capito che lui era più presente, che stava tornando lentamente con me. Ho capito anche che sarebbe stato un percorso lungo, però almeno abbiamo la possibilità di farlo… insieme-.

La sento molto serena…

-Sono felice che Giorgio stia bene. Le mie figlie hanno il loro papà, per tutto il resto c’è tempo. Di fretta in questi casi non ce n’è. Un passo dopo l’altro, un giorno dopo quello prima. E andiamo avanti-.

E’ evidente come suo marito sia stato vittima della superficialità e dei pregiudizi che accompagnano le tifoserie quando si recano in trasferta. Non l’ha assalita la rabbia di sapere che Giorgio e la vostra famiglia state subendo tutto ciò a causa della negligenza, del pressapochismo di chi non ha controllato, di chi ha avallato quei trasferimenti in condizioni da carro bestiame?

-Le confesso di non aver avuto nemmeno il tempo di pensarci. Giorgio era tra la vita e la morte. Ero completamente assorbita da quanto stava accadendo. Non volevo mettere le mani addosso a nessuno, se è questo che vuole sapere, anche perché non parliamo di singoli, ma di una serie di responsabilità condivise su cui ancora si deve far luce. Volevo e voglio solo che Giorgio torni esattamente come prima, per tutto il resto c’è tempo. I responsabili devono pagare, ma per quello c’è tempo… io penso al mio Giorgio… voglio giustizia, quella sì, ma non vendetta-.

Un’ultima cosa. Quando accompagnerà Giorgio al Bentegodi?

-Vuole la verità? Non ci andavo prima, mi verrebbe molto difficile iniziare adesso dopo quanto successo. Ora la penso così, spero che questa mia sensazione possa essere compresa-.