“Il nostro ingresso in campo per la partita che chiuse il campionato, la festa con l’Avellino. Le bandiere, la festa, il Bentegodi stracolmo. Ci saranno state sessantamila persone, non riuscivi a vedere le facce, tante ce n’erano. E poi segnai io il primo gol, e non avrei mai smesso di correre per esultare. Sul momento non potevamo capirlo. Entusiasti, increduli, frastornati: i sentimenti ci travolgevano, è stato qualcosa di irripetibile. Sì, ci siamo accorti dopo di tutto quello che era accaduto. Un nome su tutti? Osvaldo Bagnoli. Con poche parole, otteneva tutto da ogni giocatore. Modesto, umile, un uomo straordinario. E un allenatore vincente per mentalità. Con lui si andava all’attacco. Se il terzino si fermava sulla trequarti lo incalzava, doveva salire. Nessuno è stato come lui. Abbiamo condiviso non solo le vittorie ma soprattutto i valori dell’amicizia e del ri- spetto. Eravamo una squadra fuori dal campo – ha dichiarato al Corriere di Verona, Piero Fanna – Il più brontolone? Luciano Marangon… Ma, in realtà, lì per lì si lamentava, dopo era il primo a impegnarsi, non si tirava mai indietro. Per spirito spiccavano “Piso” Bruni e Totò Di Gennaro: sempre con la battuta pronta. Due toscani, ce l’avevano nel sangue. Vincere è sempre bello, ma qui è stato, è e sarà per sempre qualcosa di irraggiungibile per le emozioni che ho provato. Ai miei nipoti, quando cresceranno, parlerò del nostro Verona e di quello che facemmo nel 1984-85. Sarà come raccontare una favola che è diventata una realtà. Lo scudetto dell’Hellas è stato l’ultima poesia di un calcio che non esiste più”.