“I primi tempi, a Verona, i miei compagni mi prendevano in giro: dicevano che non sapevo vestirmi. Sfottevano me e Briegel. Io poi sono migliorato, lui no. Ogni giorno Volpati mi guardava e mi diceva: “Preben, non va bene così, ti faccio vedere dei negozi in centro. Alla fine mi ha convinto: sono andato con lui e ho comprato qualcosa”. Si illumina Preben Elkjaer Larsen quando parla dell’Hellas. Il suo Hellas: l’unica provinciale italiana a vincere lo scudetto, stagione ’84-’85. Sessant’anni, sposato da quaranta con Nicole e papà di Max, nato a Verona e oggi ormai un uomo, sospende per qualche minuto il suo tour tra i vini della Borgogna. Ha ancora gli occhi luccicanti dei ragazzini Preben Larsen, che però si è sempre fatto chiamare col cognome della madre, Elkjaer, perché in Danimarca, il suo Paese, Larsen è un cognome comune, e lui un tipo comune non lo è mai stato. Lo chiamavano “cavallo pazzo”. Attaccante dal fisico possente ma anche dal dribbling facile. Ieri il Consiglio comunale di Verona ha ufficializzato la sua nomina a cittadino onorario. Preben gonfia il petto: “Guardi che io sono già il sindaco da trent’anni” dice ridendo e alludendo alla carica che gli ha attribuito ad aeternum la curva Sud. Quattordici ottobre ‘84. Verona-Juve: lei fa 50 metri palla al piede sulla sinistra, scarta Pioli, Favero entra in scivolata e le fa perdere la scarpa destra. Lei tira scalzo e segna il 2 a 0. “Sentivo che stavo perdendo la scarpa. Mi sono detto: “Devo toglierla il più velocemente possibile”. Non potevo tirare in quelle condizioni. Avevo mezzo secondo. L’ho buttata via con un gesto rapido, ho tirato e fatto gol” – ha dichiarato Preben Larsen Elkjaer a Alessandro Gonzato di Libero – Altra rete passata alla storia, quella che valse la conquista matematica dello scudetto. Dodici maggio ’85: Atalanta-Hellas 1 a 1. “La sera prima non avevo dormito. Mi sono accorto tanti anni dopo di quello che eravamo riusciti a fare. La gente era impazzita. Noi, l’Hellas, avevamo battuto il Napoli di Maradona e la Juve di Platini”. A proposito di Juve: la stagione successiva vi eliminò agli ottavi di Coppa dei Campioni. “All’andata, in casa, avevamo fatto 0 a 0. Al ritorno, dopo la tragedia dell’Heysel, abbiamo giocato a porte chiuse. Sono ancora arrabbiato con quell’arbitro, Wurtz. C’era un fallo di mano nella loro area: era rigore!”. All’uscita dal campo lei lo affiancò e fece finta di staccargli un assegno. “Era una cosa troppo disonesta”. Secondo lei perché non ha dato il fallo? “Non lo so…Lei cosa ne pensa?”. Elkjaer cavallo pazzo. Bagnoli taciturno. Com’è riuscito ad andare d’accordo col mister? “Lui parlava poco ed è stato un bene: in Italia si fanno troppe chiacchiere. È stato bravo a gestire l’ambiente: c’erano giornalisti ovunque, ogni domenica eravamo sotto pressione”. Durante la settimana a volte vi allenavate nei parchi della città. Oggi non sarebbe possibile. “Perché no? Basta rimanere delle persone normali. Oggi invece i calciatori si credono delle star, sono fuori dal mondo». Lei faceva un sacco di scherzi ai compagni: il più cattivo? “L’hanno fatto a me. Negli spogliatoi mi hanno incollato le scarpe al pavimento. Me le sono messe e non riuscivo a muovermi”. Quelle da calcio? “No, le altre. Quando mi sono staccato avevo le suole strappate e ho dovuto buttarle”. Ha ancora casa a Bardolino, sul lago di Garda? “Sì, ma l’ho cambiata, non è più quella. Vivevo lì per isolarmi”. Il Verona è retrocesso di nuovo in B. Ha visto qualche partita? “Sì, tutte. È stato un disastro”. L’Italia è fuori dai Mondiali. “Altro disastro”. La Danimarca invece ci sarà. “Abbiamo un girone abbastanza buono con Australia, Francia e Perù”. È vero che tra il primo e il secondo tempo lei fumava? ”No. Fumavo tanto, ma non durante le partite. Come non è vero che bevevo. Quando facevo il calciatore no, adesso sì”.