“La prima cosa che viene in mente è: strano. Stare chiusi in casa non è come fare un mese di vacanza. Rivedere gli altri, pur non potendoli riabbracciare, è stato bello. Ti fa rendere conto di dove sei e di cosa fai parte. Dopo molto tempo senza interagire con i compagni rischiano di sbiadirsi i rapporti, ma credo ci sia l’entusiasmo giusto”.

Gli esercizi che hai fatto a casa ti hanno aiutato?
“Sono agevolato dalla natura, che ha fatto sì che di mio non metta su molto peso, nonostante mangi molta pasta. Nelle prime settimane di lockdown ho lasciato un po’ andare tutto, anche mentalmente, poi mi sono rimesso in forma. A Milano mi sono allenato rispettando la restrizione dei duecento metri dalla propria abitazione”.

Adesso stai studiando?
“Sì, storia, per la preparazione dell’esame di maturità. Voglio avere la possibilità di andare all’università. Prima non ero riuscito a diplomarmi, stando spesso all’estero. Adesso ho ripreso, vediamo se ci riuscirò. Inizialmente avevo scelto la scuola per fare il geometra in modo da non frequentare l’università. Poi ho iniziato a giocare a calcio seriamente, e non ho più continuato. Adesso mi è venuta voglia di frequentare l’università e ho ripreso, quantomeno per stimolare il cervello”.

Tu e Silvestri giocavate insieme da piccoli?
“Non me lo ricordavo, me l’ha detto lui: quando giocavamo i derby tra Bologna e Modena gli facevo spesso gol (ride, ndr)”.

Juric pretende serietà anche nel lavoro individuale.
“È rischioso fisicamente riprendere dopo un lungo stop. Anche mentalmente. Quando stacchi un po’ la spina l’attenzione cala, badi meno ai dettagli, che invece sono fondamentali per la ripresa. Avere il mister con il fiato sul collo aiuta, riesce a trasmetterti lo spirito giusto”.

Come stai? Hai recuperato dall’infortunio?
“In tutto questo tempo avrebbe recuperato anche mio nonno (ride, ndr). Adesso sto bene, penso di essermi ripresentato bene. Piano piano stiamo entrando tutti in forma”.

Parlaci del tuo esordio con l’Hellas, a Bologna. Un impatto da sogno.
“Scalpitavo per giocare la partita precedente, con il Genoa. Ma c’era ancora qualcosa da sistemare. A Bologna arrivai ancora più carico: aspettavo di giocare da molto, e quando capitò quell’occasione riuscii ad esprimermi al massimo”.

Hai subito avuto un impatto positivo.
“Mi hanno accolto molto bene. Non mi ero mai spostato a gennaio, mi aspettavo fosse diverso, perché entri in un gruppo in cui i meccanismi sono già formati. Se entri a casa di qualcun altro chiedi permesso, io l’ho fatto, ma mi hanno fatto sentire subito a casa”.

Hai avuto solo un mese e mezzo, ma senti di essere la miglior versione di te stesso negli ultimi anni?
“In questo momento sì, perché gioco nel mio ruolo, mettendo a disposizione le mie caratteristiche, anche difensive. Il pressing che ci chiede il mister ha connotazioni difensive, anche se non sembra. Se giochi nel tuo ruolo riesci ad esprimerti per quello che sei. Il mister mi disse che al Milan non si capiva cosa fossi davvero, nonostante dessi il massimo, perché fa parte del mio carattere essere generoso”.

Ci racconti il gol alla Juve?
“Quella sera fu speciale, soprattutto perché, dopo essere andati in svantaggio immeritatamente, non ci scoraggiammo. Se non ci credi come abbiamo fatto noi, quel pallone non viene recuperato, e io non segno. Dal punto di vista tecnico mi piace riprodurre in allenamento più situazioni possibili, e quel gol è una di quelle”.

Qual è lo spogliatoio più tosto in cui hai vissuto?
“Forse quello del Chelsea. Era uno spogliatoio pesantino dal punto di vista caratteriale: c’erano Lampard, Terry, Cech, Ballack… Ovunque ti girassi c’era da imparare, era una lezione continua. Anche a Roma, con Totti, De Rossi e Burdisso, c’era molto carattere. Quello di Verona potrebbe sembrare uno spogliatoio ‘leggero’, ma dipende dai risultati che stiamo ottenendo. Giochi per divertirti, e questo sta aiutando”.

E il compagno più forte?
“Come potenziale ho sempre detto che Balotelli sarebbe potuto essere il più forte. Quelli che mi hanno dato di più sono stati Drogba e Terry, che mi hanno insegnato i trucchi del mestiere”.

C’è uno sportivo che ti ha influenzato particolarmente?
“Verrebbe da dire Michael Jordan per la serie tv, ma ero troppo giovane. In famiglia si masticava parecchia atletica leggera, ad esempio”.

Un giocatore qui a Verona che ti ha sorpreso?
“Nell’atteggiamento Rrahmani e Kumbulla mi hanno impressionato, per l’età e l’intensità con cui si allenano. Dico sempre che la partita è lo specchio dell’allenamento: entrambi stanno facendo molto bene. Anche Dawidowicz è entrato bene dal lockdown, lo vedo parecchio in forma”.

Ti sei accorto che i tifosi ti dedicano lo stesso coro che sentivi in Inghilterra? Quale tifoseria ti ha sorpreso di più?
“Mi sono accorto di quei cori. Ce n’è uno che assomiglia a ‘God Save The Queen’, ad esempio, che mi impressiona particolarmente. Sulla seconda, dico Roma: la curva all’epoca era molto compatta, nei derby non ti lasciava indifferente”.

Il gol più bello della tua carriera?
“Il più bello non c’è. Ne dico tre per importanza: la semifinale in Under 21 contro l’Olanda, il mio gol a Wembley e la punizione contro il Norwich ai tempi di Swansea”.

Ti sarebbe piaciuto giocare con Ibrahimovic?
“Sì, mi sarebbe piaciuto, per avere un appoggio in termini di mentalità. È un vincente, si impone per mentalità e costanza, io magari lo faccio in un altro modo. Sarebbe stato uno stimolo ulteriore, ma ci ho giocato contro, è lo stesso”.

Le dichiarazioni riportate da tmw, dell’attaccante dell’Hellas Verona, Fabio Borini, durante la diretta Instagram col club gialloblù.