“Più bello vincere in campo o in panchina? Penso non ci sia differenza. Almeno così è stato per me. Da allenatore la soddisfazione è la stessa di quando sei in campo e ti rendi conto che stai giocando bene e che meriti la vittoria. Nomi e ricordi di Verona e Ferrara? Tanti, troppi. Sono parti importanti della mia vita. Di Verona che posso dire… ci ho conosciuto mia moglie Rosanna, ci vivo ancora oggi. Ho difficoltà a fare nomi… Potrei dire Pietro Fanna e Gigi Sacchetti, che abitano qui e partecipano alla nostra associazione (Mus-e Verona Onlus, progetto multiculturale europeo che combatte il disagio infantile, ndr). Dal punto di vista calcistico, una sola parola: spogliatoio. Certi traguardi si raggiungono solo con grande affiatamento, che ancora oggi è il ricordo più vivo qui in città di quel periodo. A Ferrara sono stato di passaggio ma ho trascorso tre anni bellissimi: ci ho giocato (92 partite, segnando 12 gol, ndr) e abitato, e la nostra seconda figlia, Monica, è nata proprio lì – ha dichiarato Osvaldo Bagnoli a La Gazzetta dello Sport – Dal punto di vista professionale, ho incontrato un grandissimo allenatore, Fabbri, e un presidente competente, entusiasta e molto generoso, Mazza. Un giorno mi chiama e mi dice: “’Mi sono accorto che meriti di più”, e mi aumenta lo stipendio. Cose indimenticabili che fanno capire il rapporto che avevo con Ferrara. Il “principio della sberla”? Era un modo di caricare l’ambiente quando sapevo che dovevamo affrontare i più forti, una squadra a caso: la Juventus. Ecco, ai ragazzi nello spogliatoio dicevo sempre di non avere paura, di fare la partita cercando di vincere, soprattutto contro chi mette sotto tutti. Quando giocavo io, era lì che mi cresceva la voglia di segnare, di tirare sberle. Le sberle, nella mia filosofia, sono i gol. Sarei felice se sabato Spal e Verona prendessero a sberle Ternana e Carpi”.